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Astianatte e il volo del Papa: quando la Chiesa seppellisce la “guerra giusta”

di +Antonio Staglianò

(Presidente della Pontificia Accademia di Teologia)

 

Dalle mura di Troia ai bambini uccisi in Libano, Leone XIV riscrive il lessico della pace. Non più “guerra giusta”, ma “pace giusta”. E la pace dei vincitori diventa un peccato sociale.

 

Il bambino che pesa ancora tremila anni, si chiamava Astianatte. Figlio di Ettore, l’eroe troiano. Dopo la caduta di Troia, i re greci si riunirono tra le macerie fumanti per decidere la “pace”. Individuarono un ostacolo: quel bambino. Se cresce, ricordò Odisseo, un giorno ci sfiderà. Gettiamolo dalle mura. Nessuno si oppose.  Quella scena – raccontata nell’Iliou Persis e nelle Troiane di Euripide – non è solo mito. È il prototipo di ogni pace dei vincitori: una pace che non si negozia ma si impone: è solo controllo, non ascolta i vinti,  uccide il futuro per paura del ricordo.

 

Il Papa sull’aereo: “Non posso essere a favore della guerra”

Il 23 aprile 2026, Papa Leone XIV torna dall’Africa. Durante la conferenza stampa sul volo da Malabo a Roma, un giornalista gli chiede se auspica un cambio di regime in Iran, dopo gli attacchi israelo-americani e le proteste studentesche. La risposta del Papa è secca e teologicamente dirompente: “La questione non è se cambia il regime. La questione è come promuovere i valori in cui crediamo senza la morte di tanti innocenti. Come pastore, non posso essere a favore della guerra”. Poi tira fuori dalla tasca una foto: un bambino musulmano, incontrato in Libano, che lo salutava con un cartello “Benvenuto Papa Leone”. Quel bambino è stato ucciso durante i bombardamenti. Il Papa dice no: è il sigillo di un cambiamento epocale nella dottrina sociale della Chiesa: la sepoltura definitiva della “guerra giusta”.

 

La fine della guerra giusta: un percorso lungo un secolo

La dottrina della guerra giusta (bellum iustum) affonda le radici in Agostino e Tommaso. Prevedeva condizioni: causa giusta, autorità legittima, ultima ratio, proporzionalità, probabilità di successo. Per secoli, i teologi cattolici l’hanno usata per distinguere tra guerra lecita e illecita.

Ma il Novecento ha eroso ogni certezza. Le guerre mondiali, la bomba atomica, il Vietnam, i conflitti asimmetrici, le vittime civili sempre più numerose. Giovanni XXIII nella Pacem in Terris (1963) pose l’accento sulla pace come costruzione, non solo come assenza di guerra. Paolo VI all’ONU gridò: “Mai più la guerra, mai più!”. Giovanni Paolo II si oppose alla guerra in Iraq. Francesco definì la guerra una “sconfitta dell’umanità”.

Ora Leone XIV fa un passo ulteriore: non si limita a ripetere che la guerra è un male. Smantella l’impalcatura teorica che permetteva di chiamare “giusta” una guerra. Perché se anche una guerra ha cause apparentemente nobili (difesa, democrazia, cambio di regime), produce sempre quello che lui ha visto con i suoi occhi: bambini uccisi, madri schiave, futuri gettati dalle mura.

 

La pace dei vincitori è sempre ingiusta – anche quando parla di “pace”

Nel mito di Astianatte, i Greci non dicevano di voler fare una strage. Dicevano di voler “garantire la pace”. Ed è esattamente ciò che accade oggi quando si celebrano accordi imposti dal più forte. La pace di Versailles (1919) fu una pace dei vincitori: umiliò la Germania, ne devastò l’economia, e vent’anni dopo scoppiò la Seconda guerra mondiale. Le poche giuste – come la pace di Vestfalia (1648) – furono tali perché riconobbero il principio di equilibrio e la partecipazione di tutte le parti.

Oggi il rischio è lo stesso: una pace negoziata senza i palestinesi, o senza gli ucraini, o che legittimi annessioni territoriali con la forza, è una pace che prepara la prossima guerra. Perché chi subisce l’ingiustizia, prima o poi, ricorderà.

Leone XIV lo sa. Per questo, quando parla di Iran, dice: “Non è chiaro quale regime ci sia in questo momento dopo i primi giorni degli attacchi” – e rifiuta di sposare la logica del cambio di regime con la forza. Invece invoca “dialogo, rispetto del diritto internazionale, protezione degli innocenti”. Non è pacifismo acritico. È realismo etico: la guerra non rende giustizia, la rende solo più lontana.

 

Gli altri cardini di una pace giusta secondo Leone XIV

Dalle sue parole sul volo emergono i pilastri di una pace giusta alternativa a quella dei vincitori:

  • Giustizia economica Nord-Sud. Di fronte ai migranti che dall’Africa sognano l’Europa, il Papa non si limita a dire “accogliere”. Chiede: “Cosa fa il Nord del mondo per aiutare il Sud?”. Denuncia lo sfruttamento delle risorse africane da parte delle multinazionali. Una pace giusta non può ignorare la distribuzione della ricchezza.
  • Dignità dei migranti. La pace giusta non ha muri che disumanizzano: “Non trattiamo gli esseri umani peggio degli animali”.
  • Rifiuto della pena di morte. Il Papa condanna le esecuzioni in Iran e ovunque: “La vita umana va rispettata dal concepimento alla morte naturale”. Una pace che uccide (anche i criminali) non è ancora pace.
  • Benedizione come accoglienza, non come rituale formalizzato. Sulla questione delle coppie omosessuali, Leone XIV tiene insieme due principi: “tutti, tutti, tutti” (l’accoglienza di Francesco) e il rifiuto di una benedizione formalizzata che causerebbe divisione. Anche qui, la pace giusta non è confusione, ma ordine rispettoso.

 

L’evoluzione del magistero: dalla guerra preventiva alla pace disarmata

Con Leone XIV, la dottrina sociale della Chiesa compie un salto maturo. Non si tratta più solo di regolare la guerra (criteri di liceità), ma di rendere la guerra concettualmente impossibile. La pace non è più “assenza di guerra” negoziata dai potenti, ma “presenza di giustizia” costruita dal basso.

Il Pontefice lo aveva già detto in un precedente appello (quello sulla “pace disarmata e disarmante). Sul volo ribadisce: “Promuovere una cultura della pace, non rispondere con violenza e guerra”. E quando un giornalista gli chiede se la sua presenza non dia autorità morale a regimi autoritari, risponde che la Santa Sede mantiene relazioni diplomatiche proprio per lavorare dietro le quinte: liberare prigionieri, portare aiuti, cambiare mentalità. Non per legittimare, ma per trasformare.

È una strategia paziente, non urlata. Ricorda il silenzio di Ecuba, l’ex regina di Troia, che assiste impotente alla morte del nipote. Ma a differenza di Ecuba, la Chiesa di Leone XIV ha ancora una voce. E sceglie di usarla non per esaltare i vincitori, ma per stare accanto ai vinti.

 

Smettere di gettare bambini dalle mura

Astianatte non è solo un personaggio mitologico. È ogni bambino che oggi muore a Gaza, in Libano, in Ucraina, in Sudan. È ogni futuro cancellato da un drone, da una sanzione che uccide, da un trattato imposto. La pace dei vincitori lo getta giù dalle mura e lo chiama “necessario”. Papa Leone XIV, mostrando la foto di un bambino musulmano ucciso, dice semplicemente: non necessario, mai.

La Chiesa sta abbandonando la dottrina della guerra giusta non perché il mondo sia diventato più buono, ma perché la guerra – anche quella “giusta” – non produce mai giustizia. Produce solo nuove Andromache in lacrime e nuovi re che tacciono per convenienza. La pace giusta, quella che il Papa invoca, richiede coraggio. Il coraggio di disarmare, di condividere le risorse, di sedersi al tavolo anche con chi abbiamo sconfitto. Il coraggio di non chiamare “pace” il silenzio dei vinti.

Altrimenti, come scriveva il poeta greco, gli dei continueranno a tacere. E noi con loro.

 

Città del Vaticano, 24 aprile 2025