Astianatte ovvero una lezione sulla “pace ingiusta”
di +Antonio Staglianò
(Presidente della Pontificia Accademia di Teologia)
Mentre non perdiamo più tempo a parlare di “guerra giusta”, dovremmo cominciare a riflettere sulla “pace ingiusta”. A proposito, c’è un istante, nel mito, che dice più di ogni trattato. Dopo la caduta di Troia, i re greci si riuniscono tra le rovine fumanti. La guerra è finita. Devono “garantire la pace”. E individuano un ostacolo: un bambino, Astianatte, figlio di Ettore. Odisseo parla: “Se questo bambino crescerà, ricorderà. E se ricorderà, un giorno ci sfiderà. Gettiamolo dalle mura”. Nessuno si oppone. Agamennone, Menelao, Diomede tacciono. Neottolemo, che ha preso la madre Andromaca come schiava, resta in silenzio. Il bambino viene sfracellato. I Greci lo chiamano “necessario”. Gli dei tacciono. E i vicini, i regni che commerciavano con Troia, guardano altrove per paura.
Questa scena – una delle più cupe della tradizione post-omerica – non è solo un episodio di crudeltà antica. È un avvertimento geopolitico che attraversa tremila anni: la pace dei vincitori non è pace, è controllo. Si impone, non si negozia. Chi ha vinto scrive le regole; chi ha perso le subisce. E la vittima scompare dal tavolo dove si discute il suo futuro.
Oggi, mentre osserviamo le guerre in Palestina (con il suo prolungamento iraniano) e in Ucraina, e ascoltiamo le diplomazie in cerca di “percorsi di pace”, dovremmo chiederci: di quale pace stiamo parlando? E soprattutto: a quali condizioni una pace può dirsi giusta?
La pace ingiusta: quando il forte cancella il futuro dell’altro
La pace dei vincitori è strutturalmente ingiusta per tre ragioni, che il mito di Astianatte incarna alla perfezione.
Primo: esclude i vinti dal tavolo. A Troia non siede nessun troiano superstite. Andromaca urla, si strappa le vesti, si getta ai piedi di Neottolemo. Ecuba, l’ex regina, assiste in silenzio, non per indifferenza ma per impotenza totale. La schiava non ha voce, la madre vinta non ha diritti sul figlio, la nonna che fu regina non ha peso politico. Nella pace imposta, chi ha perso non è un interlocutore: è un problema da gestire. Oggi vediamo lo stesso meccanismo quando le potenze vincitrici dettano condizioni senza una reale rappresentanza delle parti sul campo, o quando si parla di “ricostruzione” prima ancora di aver ascoltato chi ha subito la distruzione.
Secondo: uccide il futuro per paura del ricordo. Astianatte viene gettato dalle mura perché potrebbe ricordare. La pace dei vincitori non tollera il germe della rivincita. Per questo diventa un ulteriore atto di guerra mascherato: non si combatte più con le armi, ma si elimina ogni possibilità che l’altro possa un giorno rialzarsi. È ciò che accade quando un accordo di pace impone condizioni umilianti, riparazioni asfissianti, o ridefinisce confini in modo da rendere impossibile una vita dignitosa per la parte sconfitta. La pace di Versailles (1919) fu proprio questo: una pace dei vincitori che generò la rivincita tedesca e la Seconda guerra mondiale.
Terzo: gli alleati tacciono per interesse, i vicini guardano altrove per paura. Nella scena del mito, nessun regno vicino interviene. Troia è finita, la coalizione greca è troppo forte, ognuno ha i propri confini da difendere. Meglio fingere che non sia affare proprio. È la logica della realpolitik che ancora oggi paralizza l’Onu: i grandi attori bloccano le risoluzioni, gli Stati cuscinetto tacciono per non inimicarsi il vincitore, e la comunità internazionale assiste alle pulizie etniche o alle annessioni con condanne verbali prive di morsi.
La pace giusta: non assenza di guerra, ma presenza di giustizia
Papa Leone XIV, con il suo appello a una “pace disarmata e disarmante” che richiede il coraggio del disarmo universale, ha posto fine – sul piano etico – alla dottrina della “guerra giusta”. Non perché ogni guerra sia identica, ma perché finché si legittima la guerra come strumento di giustizia, si alimenta il ciclo che produce nuovi Astianatte. Il Papa chiede di lavorare invece alla “pace giusta”. Ma quali sono le condizioni perché una pace sia giusta?
Proviamo a enunciarle, dialogando con il mito.
La pace giusta include i vinti. Non come supplici, ma come soggetti. Non si può decidere il futuro di un popolo senza quel popolo. La prima condizione è l’effettiva partecipazione di tutte le parti al tavolo, con pari dignità. Ciò significa che anche chi ha perso militarmente mantiene diritto di parola sul proprio destino. Andromaca ed Ecuba dovrebbero sedere accanto ai Greci. Oggi, questo implica che qualsiasi negoziato per l’Ucraina non può prescindere dagli ucraini, e qualsiasi pace per Gaza non può essere scritta solo da Israele e Stati Uniti escludendo i rappresentanti legittimi del popolo palestinese.
La pace giusta non elimina il futuro, lo protegge. Non uccide i bambini, né simbolicamente né realmente. Non impone condizioni che rendono impossibile la rinascita del vinto. Una pace giusta è quella che lascia aperta la possibilità della riconciliazione, non quella che la preclude con clausole punitive. Significa riparazioni, non rappresaglie. Significa verità storica, non oblio imposto. Astianatte non dovrebbe essere gettato dalle mura: dovrebbe crescere, e proprio perché ricorda, dovrebbe essere parte di un nuovo patto che spezza la catena della vendetta.
La pace giusta è disarmata e disarmante. Qui l’appello del Papa è radicale. La pace dei vincitori si regge sulla minaccia: “se non accetti, torneremo a colpire”. La pace giusta, invece, richiede il coraggio di ridurre le armi, non di accumularle. Non significa ingenuità: significa costruire un ordine in cui la sicurezza non dipenda dalla capacità di annientare l’altro. È la sola via per uscire dalla trappola per cui ogni pace è solo una tregua in attesa della prossima guerra.
La pace giusta non fa tacere i vicini. Rompe la logica del “non è affare mio”. Chiede a chi guarda da lontano di intervenire non con le armi, ma con la diplomazia, le sanzioni mirate contro chi viola il diritto, e la protezione dei civili. La comunità internazionale non può più permettersi di assistere in silenzio mentre si consumano nuove uccisioni di bambini – reali o metaforiche.
La pace non è un premio per il vincitore
La pace dei vincitori sarà sempre “ingiusta” quando confonde la forza con la ragione. È una pace che non nasce dalla giustizia, ma dalla paura. E la paura genera solo nuovo odio. Astianatte muore, ma la sua ombra si allunga su ogni generazione che subisce una pace imposta.
Una pace giusta, al contrario, è quella che ha il coraggio di non chiamare “necessaria” la cancellazione dell’altro, “l’eliminazione di una intera civiltà”. È quella che richiede più coraggio della guerra: il coraggio di ascoltare, di condividere il futuro, di disarmare. Come ha ricordato Papa Leone XIV, la pace non è un premio per il vincitore. È un’opera comune, fragile e possibile, che comincia esattamente dove finisce la pretesa di decidere da soli cosa deve sopravvivere e cosa deve sparire.
Se continueremo a costruire “pace da vincitori”, continueremo a gettare bambini dalle mura. Forse non con le nostre mani, ma con il nostro silenzio. Perciò, diversamente dagli dei troiani che tacquero, il Dio di Gesù Cristo non potrà tacere e non tacerà.
Città del Vaticano, 22 aprile 2026
